Ore 15.10, un mercoledì di metà agosto. Trentasei gradi, le persiane socchiuse, le cicale che non smettono un secondo.
Sono steso sull’amaca in giardino, senza libro, senza telefono, senza nulla in mano. E dopo circa sette minuti — li ho contati, quasi per gioco, guardando l’orologio prima di stendermi — mi assale un pensiero preciso, familiare, quasi automatico: “Dovrei fare qualcosa.”
Non un pensiero specifico su cosa fare. Solo l’ansia generica di non stare producendo, non stare avanzando, non stare “usando bene il tempo”. A trentasei gradi. Alle tre del pomeriggio. In pieno agosto, quando persino i negozi del centro hanno le saracinesche abbassate, come se l’intero paese avesse ricevuto un memo che io, evidentemente, non ho mai letto fino in fondo.
Questa è la confessione più imbarazzante che ti farò in questo articolo: dopo vent’anni di studio su Presenza, Stoicismo, Non-Dualità, dopo aver scritto centinaia di pagine su come “essere nel qui e ora”, io — il fondatore del Metodo PRESENZA — faccio ancora fatica a stare fermo su un’amaca senza sentirmi in colpa.
E se succede a me, che ci ho costruito sopra un metodo intero, probabilmente succede anche a te. Parliamone davvero, oggi, senza la solita retorica del “vivi il momento presente” spiaccicata su una tazza da colazione.


